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13 set 2008

Ancora festival

Il festival della letteratura già ha lasciato il posto alla solita routine, ma nelle menti ancora si agitano i pensieri e le parole che hanno fatto grandi quelle serate.
Spesso mi sono chiesta il senso di fare vivere in pubblico una tra le esperienze private per eccellenza. Fra le tante risposte che mi sono data una mi è particolarmente piaciuta:

 "A Mantova un autore incontra il suo pubblico. È un'espressione che fa rabbrividire. Tra scrittore e lettore non esiste il pubblico, quello di un concerto, di uno stadio, di un film. Tra quei due c'è invece il più esclusivo rapporto di uno a uno, che dura finché dura la lettura. Si scrive e si legge da soli. A Mantova scintillano per contatto le due intimità, si guardano negli occhi. A volte non si riconoscono, a volte si emozionano a imbattersi... Esiste un popolo di lettori migratori che dai punti più sparsi dell'orizzonte si dà appuntamento a Mantova per deporre le uova dell'autunno, i libri che si schiuderanno nei nidi di ognuno. Ma perché i lettori non si fanno bastare gli scritti e bussano esigenti anche agli orali? Un po' perché c'è un'urgenza, uno spasmo di farsi raccontare delle storie. Ma di più perché nei paraggi nostrani la parola pubblica si è deprezzata. Quella politica, quella economica, sono pubblicitarie: hanno smesso di portare conseguenze.Allora c'è un'urgenza, uno spasmo della parola privata che porta responsabilità della storia che racconta, narrativa, poetica o teatrale che sia. La parola a Mantova torna ad avere peso specifico, a mantenere quello che promette, a dare consistenza all'ascolto. È un ascolto che non si misura sugli indici di gradimento, ma sulla gratitudine. A Mantova non c'è industria del libro, non è mercato o fiera, è una passeggiata tra la gente del libro, chi lo scrive, chi lo stampa, chi lo legge. Non dà appartenenza...Si è zingari a Mantova in settembre..."



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