Spesso mi sono chiesta il senso di fare vivere in pubblico una tra le esperienze private per eccellenza. Fra le tante risposte che mi sono data una mi è particolarmente piaciuta:
"A Mantova un autore incontra il suo pubblico. È un'espressione che fa rabbrividire. Tra scrittore e lettore non esiste il pubblico, quello di un concerto, di uno stadio, di un film. Tra quei due c'è invece il più esclusivo rapporto di uno a uno, che dura finché dura la lettura. Si scrive e si legge da soli. A Mantova scintillano per contatto le due intimità, si guardano negli occhi. A volte non si riconoscono, a volte si emozionano a imbattersi... Esiste un popolo di lettori migratori che dai punti più sparsi dell'orizzonte si dà appuntamento a Mantova per deporre le uova dell'autunno, i libri che si schiuderanno nei nidi di ognuno. Ma perché i lettori non si fanno bastare gli scritti e bussano esigenti anche agli orali? Un po' perché c'è un'urgenza, uno spasmo di farsi raccontare delle storie. Ma di più perché nei paraggi nostrani la parola pubblica si è deprezzata. Quella politica, quella economica, sono pubblicitarie: hanno smesso di portare conseguenze.Allora c'è un'urgenza, uno spasmo della parola privata che porta responsabilità della storia che racconta, narrativa, poetica o teatrale che sia. La parola a Mantova torna ad avere peso specifico, a mantenere quello che promette, a dare consistenza all'ascolto. È un ascolto che non si misura sugli indici di gradimento, ma sulla gratitudine. A Mantova non c'è industria del libro, non è mercato o fiera, è una passeggiata tra la gente del libro, chi lo scrive, chi lo stampa, chi lo legge. Non dà appartenenza...Si è zingari a Mantova in settembre..."

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